Stefano, Red e il Covid

di SERGIO FANTI



Quando muore un personaggio pubblico accade che si notino vari aspetti presenti in tante morti “anonime” di cui non ci accorgiamo. La scomparsa di Stefano D'Orazio è stata molto veloce, una vicenda di una decina di giorni. Stefano aveva una patologia pregressa, e al suo fisico non in perfette condizioni si è aggiunto il Covid, provocando una violenta aggressione ai polmoni che gli è stata fatale. Trattandosi di un componente del gruppo musicale più noto d'Italia - che qualche anno fa ha celebrato i 50 anni di carriera - i compagni addolorati e attoniti hanno rilasciato qualche gentile intervista. Mi è capitato di rivedere l'apparizione a “Domenica In” di Red Canzian, il quale ha rimarcato il fatto che il Covid è una malattia crudele anche e soprattutto perché non permette di avere vicino parenti e amici a confortare. La stessa moglie di Stefano non poteva accedere alla stanza del ricovero del marito. A paragone di ciò, Red Canzian ha ricordato che qualche anno fa Red stesso si era dovuto operare urgentemente al cuore, e al risveglio ha trovato moglie, figli, e Stefano D'Orazio. Pensare di non aver potuto tributare all'amico e sodale di una vita la medesima presenza ovviamente lo rattrista. Ripeto, ho notato particolarmente questa cosa perché è morto un personaggio che in qualche modo seguo da decenni, e i suoi compagni di musica – seppur inebetiti dal dolore – non smettono di essere grandi comunicatori che hanno saputo descrivere efficacemente i risvolti psicologici del non poter assistere il malato. Ma è la stessa cosa che è capitata e continua a capitare a centinaia di persone anonime alle quali nessuno chiede nulla perché non fanno audience.


Allora mi è tornato in mente una considerazione di qualche settimana fa che un deputato ha fatto in Parlamento. Non ricordo il nome del deputato, mi pare fosse della Lega ma non ne sono certo e comunque poco importa. In sostanza, rivolgendosi a Conte, costui faceva notare con veemenza come il Presidente del Consiglio, ripetendo come un mantra che il diritto alla salute è primario rispetto agli altri diritti costituzionali, si sia di fatto arrogato il potere di scrivere una gerarchia della Costituzione.

Il deputato rimarcava come i diritti costituzionali siano invece tutti uguali. Anzi, il diritto fondativo di tutta la Costituzione è quello al lavoro. Poi c'è il diritto all'assistenza. Il diritto alla salute è uno dei diritti, non quello più importante.

E in sostanza mi viene da pensare una cosa che tutti sappiamo, e cioè che il conforto, l'amicizia, la vicinanza di qualcuno che si occupa di noi fornisce una carica vitale importantissima anche nello sconfiggere le malattie. Lo si vede anche nelle storie di cani abbandonati, malati, che si lasciano andare aspettando di morire, poi quando accade che qualcuno si occupa di loro (e loro lo capiscono) miracolosamente si rianimano, diventano collaborativi e ricettivi alle cure, e tornano come nuovi. Insomma, le cure non sono solo farmaci, sono anche quell'indefinibile - invisibile - indimostrabile che è ciò che potremmo riassumere come “amore”: quel flusso di energia che viene emanato dalla vicinanza e dalla frequentazione. Si dirà che il Covid è troppo contagioso per poter permettere che “congiunti” (per dirla nel linguaggio asettico e robotico di Conte) possano assistere il malato. Forse, fra i tanti protocolli che vengono prodotti ed elaborati insieme alle remuneratissime taskforce, e a comitati tecnico scientifici di cui è più esteso il nome che l'efficacia, forse ci potrebbe-ci dovrebbe essere una revisione sulla possibile assistenza al malato.

Perché sono sicuro che – come è accaduto tante volte per malattie anche più gravi del Covid – parecchia gente si sarebbe ripresa se non fosse stata confinata nell'incubo dell'isolamento, avendo come unico contatto col mondo le macchine ospedaliere e sconosciuti infermieri scafandrati e mascherati. Davvero un incubo. Nel nostro corpo le cose sono tutte collegate tra loro, i muscoli lavorano in squadra, e ogni problema causa scompensi da qualche altra parte. Anche nella nostra vita le cose funzionano così. E anche nella nostra vita e vitalità mentale e psichica. In questa emergenza sanitaria si pensa e si cerca di provvedere in qualche modo soltanto alla salute, in maniera molto mirata, settoriale, escludente ogni altra cosa della vita e della nostra costituzione di esseri umani, e questo accanimento esclusivo sulla salute può toglierci di fatto – oltre a tutto il resto di cui siamo privati in nome dell’emergenza sanitaria – può toglierci, come in un finale grottesco e paradossale, anche la salute.


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