Le interviste di Marta Lock: Camilla Cedroni, quando l’originalità creativa detta le regole


Camilla Cedroni


Nel passato come nel presente, sono esistiti artisti in grado di uscire dagli schemi definiti dalle epoche in cui si trovavano a vivere, generando nuove modalità pittoriche ed espressive a seguito delle quali il punto di vista, le regole precedenti si sono irreversibilmente modificate. Camilla Cedroni, artista abruzzese formatasi da autodidatta ha scelto di percorrere un cammino tutto suo, proprio in virtù di quell’affrancamento da leggi e insegnamenti accademici all’interno dei quali non sarebbe riuscita a stare; ha dato così inizio alla sua individuale ricerca pittorica che l’ha condotta a elaborare lo stile che la contraddistingue oggi, una sintesi tra Realismo Magico, Pop Surrealismo, Surrealismo e arte grafica che la rende completamente indefinibile, non inquadrabile all’interno di uno stile specifico e ben delineato. I suoi protagonisti appartengono ai nuovi miti, quei simboli del recente passato televisivo, artistico, letterario, che restano fortemente legati alla memoria collettiva e che hanno tracciato la storia ognuno nel proprio ambito, ed è in questo che la Cedroni svela il suo animo Pop, che però ama narrare attraverso un sottile filo di ironia, in modo a volte nostalgico mentre altre più semplice e ingenuo, ricordando all’osservatore che in fondo è sempre bello affrontare la realtà con lo stesso sguardo di un bambino. Personaggi come Salvador Dalì, Frida Khalo, Romeo e Giulietta, Charlie Chaplin, solo per citarne alcuni, sembrano protagonisti di cartoni animati pur senza perdere le loro forti e incisive caratteristiche, quelli che li hanno resi immortali; lo sguardo incantato dell’artista si sofferma su ciò che rappresentano per la collettività, icone di coraggio, forza, determinazione nel perseguire i propri obiettivi che appartengono a ognuno di loro e grazie a cui sono diventati esempi di solidità, di creatività, di resilienza e di ironia. La capacità di Camilla Cedroni di filtrare la realtà con lo stesso approccio ingenuo e spontaneo con cui ci si pone in ascolto di una fiaba è la caratteristica che meglio la contraddistingue anche quando sceglie di immortalare immagini religiose, come nelle opere Il dono



Il dono


e Santa Lucia,



Santa Lucia




e Santa Lucia,

in cui la semplicità del tratto pittorico non riduce la solennità delle icone sacre anzi, semmai le avvicina a quel mondo di purezza e di candore che lega l’individuo alla religiosità, al senso di protezione che le immagini dei Santi infondono nelle persone e che trapelano dalle tele dell’artista. Ritrae tutto ciò che cattura la sua sensibilità creativa dando alla realtà osservata un’interpretazione giocosa, candida, fresca come lo è lo sguardo di un fanciullo che esplora per la prima volta la realtà circostante, quella semplicità espressiva in grado di rendere le sue opere fruibili sia dall’adulto che sente fuoriuscire il bimbo conservato dentro di sé, sia del giovane che ne comprende il messaggio diretto e da quello si lascia trascinare nella nuova conoscenza. Non si può non pensare ai bambini dai grandi occhi di Margaret Keane guardando le opere di Camilla Cedroni, entrambe donne con la capacità di parlare il linguaggio universale della semplicità, dell’innocenza, dell’espressività chiara e manifesta che lascia sospeso l’osservatore tra realtà e sogno, tra concreto e surreale, tra simbolo e significato esplicito delle loro tele; diversa è la tecnica espressiva quanto simile è il messaggio da cui entrambe trapela, quello cioè della necessità di un ritorno alla purezza dell’infanzia, di quella capacità di semplificazione che rende tutto più morbido, più spontaneo, più facilmente leggibile e interpretabile. Ora però andiamo ad approfondire il suo particolare stile direttamente attraverso la voce dell’artista.


Lei è un’autodidatta, quando ha sentito l’impulso di cominciare a dipingere? C’è stato un momento particolare che le ha fatto scoprire la sua indole creativa oppure è qualcosa che ha sempre avuto dentro?

Ho iniziato a dipingere all’età di 29 anni, appena dopo la morte di mia madre. In un certo senso la pittura mi ha protetta dal dolore, è stata come un’ancora che mi ha impedito di affondare.

Il seme della creatività era già piantato dentro me fin dalla più tenera età; ho sempre disegnato, costruito, assemblato e distrutto, tutto sotto il nome di una sola legge, la curiosità.

La pittura è arrivata tardi, come un bisogno del cuore, non credevo di saperla praticare né di saper mettere insieme i colori. Come diceva Frida: “La pittura è la cosa più incredibile che ci sia ma farlo bene è molto difficile”. È stata per me l’ennesima sfida in cui però le cose sono avvenute spontaneamente. Non sono mancate le attente osservazioni di opere già compiute dei grandi maestri del passato e contemporanei: Courbet, Vermeer, Van Gogh, Monet, Renoir, ma anche Dalì, Picasso De Lempicka e la stupenda Frida Kalho che, senza influenzarmi mi hanno insegnato come dirigere una luce, realizzare un panneggio, creare le giuste ombre. Di strada ne devo ancora fare ma il sentiero è quello giusto.



FLY Frida Kahlo


A cosa è dovuta la scelta del suo particolare linguaggio pittorico? Si è ispirata a qualche grande artista, del passato o contemporaneo?

Gli artisti che osservavo erano quelli che ammiravo e che spontaneamente copiavo. Ero soddisfatta, ma non completa; dentro di me nasceva sempre più forte l’esigenza di esprimermi con un linguaggio pittorico che fosse solo mio, distintivo e privo di convenzioni o regole precise.

Margaret Keane, mi ha dato lo spunto per catturare l’anima, attraverso gli occhi, delle figure che ritraggo. Grandi e quasi sempre azzurri rivelano il mio sguardo sul mondo, come fossi io stessa nella loro profondità a scrutarne l’orizzonte. Mi diverto a rendere irreali i miei personaggi, immersi in luoghi fiabeschi dallo sfondo a volte indefinito. Nulla in loro è scontato, ognuno riveste per me un significato autentico e ben preciso. I colori sono vivi, i volti sereni, fieri e romantici. Provo un senso di pace nel vederli tutti insieme. Oggi mi sento di aver fatto la scelta più coraggiosa possibile proponendo uno stile originale, privo di canoni e regole e soprattutto mio.



Angiolina


Su quale base ha scelto di ritrarre personaggi noti, icone dei nostri tempi, o comunque abbastanza recenti, pur differenziandosi da tutta la produzione Pop, in cui invece erano ritratti i grandi miti di Hollywood o dei fumetti?

Le mie opere nascono spesso da un aneddoto, una poesia, una canzone o una frase che mi entra dentro, magari di qualche artista famoso. Da qui scaturisce un pensiero e dal pensiero l’immagine visiva del soggetto e da quell’immagine visiva il soggetto prende vita. Prima di realizzare i miei personaggi studio le loro vite, cerco di cogliere le loro anime attraverso ciò che hanno detto o scritto, infine dipingo queste anime dentro i loro occhi cercando di dare loro un nuovo inizio.

Ecco dunque una Marilyn alla quale non importa più della solitudine perché ha capito che in fondo ognuno di noi è solo, Van Gogh che finalmente ha lasciato i suoi tormenti a Saint-Remì De Provence, sotto il moto perpetuo delle stelle, o Romeo e Giulietta che si amano fino a 90 anni senza finire in tragedia. Anche alle icone sacre ho scelto di dare un significato più normale come Maria che ha ricevuto in dono un bimbo che chiamerà Gesù che crescendo diventerà semplicemente un uomo. Forse il più grande, ma pur sempre un uomo. Santa Lucia era Cieca e i suoi occhi volutamente chiusi non vogliono indicare la sua cecità, bensì la sua resilienza. Dalì non perde la speranza e aspetta il momento giusto e Frida circondata dai fiori non prova dolore fisico bensì solo gioia. Con questo approccio ogni cosa trova la sua colorata dimensione, lontana da un mondo che ci vuole per forza soli, tristi e spenti.



Alter ego


Quanto è importante avvicinare il pubblico di tutte le età alla conoscenza delle icone del Novecento, sebbene meno popolari di quelle cinematografiche, come per esempio i grandi pittori che lei ama omaggiare o ritrarre nelle sue tele?

Io adoro l’arte in ogni forma ed espressione. La pittura è prepotente in me e io non so rimanere inerme dinanzi alla bellezza. Le opere degli artisti sono intrise di verità, raccontano una storia, un amore, un conflitto, un turbamento, un dolore, sono parole non pronunciate ma scritte con i colori. Poesie che i miei occhi vogliono leggere. Il mondo ha bisogno di bellezza e io le rendo omaggio raccontando delle anime di chi prima di me ha donato senza riserve bellezza infinita.

Alla domanda: la bellezza salverà il mondo? Philippe Daverio rispose: “Speriamo che sia il mondo a salvare la bellezza”. Ecco credo che questo sia il motivo principale per avvicinare il pubblico ai grandi pittori.


Quali sono i suoi prossimi progetti?

Non so se definirlo progetto, ho un sogno ed è quello di creare un mio brand.

Vedo bene i miei personaggi impressi su borse, cuscini, magliette ma anche tazze accompagnate da una frase simbolo del soggetto. Sicuramente voglio continuare a migliorare e perfezionare il mio stile espressivo. Ciò che conta ora è avere lungimiranza, fantasia e colore per esprimermi.





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