Le interviste di Marta Lock: Antonello Spadafora poliedricità e sperimentazione di un artista


Antonello Spadafora


La sperimentazione e il desiderio di sfuggire ogni regola di appartenenza è la caratteristica più evidente del protagonista dell’intervista di oggi; calabrese di nascita ma residente a Roma da tanti anni, Antonello Spadafora intuisce fin da subito la sua forte inclinazione verso l’espressione creativa e si forma studiando da autodidatta i grandi movimenti di fine Ottocento, in particolar modo l’Impressionismo e l’Espressionismo, muovendosi nella sua prima fase creativa su una linea figurativa. Come spesso accade però l’evoluzione naturale che gli artisti sono costantemente portati, per indole, a compiere, lo ha introdotto al mondo dell’Informale, di cui lo affascina sia la parte più rigorosa vicina all’Astrattismo Geometrico, sia quella più indefinita dell’Espressionismo Astratto, entrambi fusi e armonizzati con la presenza della materia il cui inserimento enfatizza e amplifica i concetti che l’artista desidera esprimere. Sì perché malgrado l’apparente distacco da parte dell’Astrattismo dalla realtà osservata, con Spadafora il concetto prevale sulla non forma, la sua attenta e profonda analisi della società contemporanea emerge chiaramente dalle sue opere più strettamente geometriche dove i prismi costituiscono allo stesso tempo una metafora della molteplicità degli individui, ciascuno contraddistinto da una propria individualità, ma anche piccole celle di isolamento dal mondo esterno con il quale solo apparentemente, o superficialmente, si entra in contatto.



Community #23


Nelle opere più tendenti all’Espressionismo Astratto, alla maggiore dissoluzione dell’immagine, il messaggio dell’artista diviene forse anche più incisivo, le linee diventano sottili per lasciare spazio all’indefinito, a una leggera figurazione che serve a sottolineare l’evanescenza di un’esistenza troppo spesso votata alla ricerca di beni effimeri, di poca sostanza, che alla fine lasciano in bocca il sapore amaro della consapevolezza di aver scelto di avere prima che di essere.



Errante #1


E poi ci sono le opere in cui viene recuperata la parte figurativa in quanto essenziale a ricordare all’osservatore quanto spesso, troppo, l’uomo contemporaneo si ritrova rinchiuso all’interno dei suoi stessi limiti, di quella zona sicura che, se da un lato non lo sottopone al rischio di camminare su un terreno sconosciuto, dall’altro gli impedisce di aprirsi, evolvere e attuare quel percorso alla ricerca di sé che si compie solo nel momento in cui si è disposti a mettersi in discussione. Le righe verticali - dunque la parte rigorosa e geometrica non viene mai completamente accantonata nelle opere di Spadafora - rappresentano esattamente quella rete di convenzioni, di regole alle quali l’individuo sceglie di adeguarsi senza porsi troppe domande, perché forse è più facile accettare che non andare a fondo, e che tutto sommato lo fanno sentire al sicuro, protetto malgrado spesso il salto nel buio, il coraggio di rompere uno schema, costituiscano la scelta migliore che possa essere effettuata.



4 Distraction #3


Dunque la caratteristica principale di Antonello Spadafora è proprio quella poliedricità, quel desiderio di essere al di fuori di ogni catalogazione che gli impedirebbe di continuare a sperimentare linguaggi espressivi e che lo farebbe sentire limitato nella sua vivace e curiosa creatività; è proprio in virtù della sua apertura a punti di vista, e di manifestazione artistica, differenti che riesce, egli stesso, a non sentirsi all’interno di uno schema, di quella zona sicura che costituisce il maggiore ostacolo alla costante crescita alla quale ciascun individuo dovrebbe lasciarsi andare. Ma approfondiamo il suo messaggio artistico attraverso la sua voce.


Antonello, lei si è formato da autodidatta, quanto ha contato il non essere condizionato da un insegnamento accademico nel costruire il suo approccio libero, la sua libertà espressiva e trasversale attraverso cui analizza e racconta la società contemporanea?

Non aver ricevuto un insegnamento accademico rappresenta per me al tempo stesso sia una mancanza che una certa indipendenza. Non sono assolutamente contro l’insegnamento accademico, tutt’altro, credo che attraverso gli istituti d’arte si riescano ad avere nozioni, a ricevere stimoli e approfondire tecniche che per un autodidatta sono difficili da apprendere e sperimentare, se non si è fortemente determinati e animati da vera passione. Sicuramente l’autoformazione è per chiunque l’abbia praticata una strada estremamente personale, diversa da quella di tutti gli altri, in virtù del fatto che non avendo riferimenti da imitare, né insegnamenti di cui fare tesoro o una linea guida data dai docenti, si attuerà una ricerca verso ciò che si sente più vicino a sé adoperando tecniche personali. Questo percorso subisce varie deviazioni, a seconda degli stimoli che si ricevono e dalle esperienze che si vivono. La preparazione tecnico-culturale di un autodidatta è ovviamente meno completa di un accademico, ma a volte può apparire più genuina, capace di sorprendere attraverso l’uso di un linguaggio scevro da molte delle regole accademiche! Per quanto mi riguarda grazie a questa mancanza, ho potuto sentirmi più libero nell’esprimermi, pur cercando costantemente di migliorarmi. Autodidatta non vuol dire che si possa fare come si vuole e basta anzi, in realtà si deve lavorare di più perché non si hanno conoscenze basilari e il superamento di questi ostacoli tecnici, porta a volte all’originalità. Non mi pongo più particolari veti o troppe regole nell’esecuzione delle opere o nell’uso dei materiali, poiché le volte in cui sono stato costretto a farlo, ho avuto la sensazione di non essere me stesso, di dover fare invece che voler fare qualcosa, e di conseguenza anche il risultato appariva decisamente finto e con poco carattere.



Distraction #20


Perché la scelta di introdurre la materia all’interno di un Astrattismo Geometrico, uno dei suoi filoni espressivi? Cosa rappresenta per lei e per il suo messaggio creativo quella materia?

Nel corso della mia esperienza artistica ho avuto modo di affrontare diversi temi e di confrontarmi con vari materiali e mi sono reso conto che ogni materia può essere usata per fare arte, basta capirne le potenzialità, sperimentarla, provare e farsi sorprendere da ciò che non era previsto, fare propria la lezione, ovvero fare esperienza. A volte il messaggio che si cerca di dare è insito in un determinato materiale, altre volte quest’ultimo è semplicemente un mezzo per ottenere un risultato più confacente alle intenzioni artistiche, per esempio quando si usa come supporto la carta invece che la tela per avere degli effetti più evanescenti e impalpabili. Ogni materiale ha delle proprie caratteristiche di densità, peso specifico, struttura, impatto visivo. Se si realizzasse il medesimo soggetto usando materie diverse come ad esempio l’argilla, il gesso, la cera o il bronzo, allora si noterebbe che avrebbero una connotazione, uno spirito decisamente diversi e particolari. La materia extra pittorica in ambito artistico è stata usata in svariati modi, da tantissimi maestri che sono giunti a risultati eccellenti, in quanto sono riusciti a gestire i vari materiali per semplificare i concetti e amplificare il significato dell’opera stessa. Basti pensare a Burri con i suoi sacchi, i cellotex o i cretti, o agli artisti dell’Arte Povera che hanno saputo creare opere eccezionali, emozionanti utilizzando il sale e il piombo come nel caso di Calzolari, il carbone di Kounellis, il cuoio di Zorio, gli stracci e gli specchi di Pistoletto, il gesso di Icaro, gli arazzi di Boetti, l’acqua di Pascali, i neon di Nannucci.

Per quanto riguarda la mia opera, mi sono avvalso di varie materie, dalla sabbia alle catene, agli oggetti quotidiani. Ultimamente mi sono servito di bottoni e fili di lana che dialogano tra loro, arricchendo una geometria creata da moduli esagonali realizzati principalmente con legno e stoffe. Nel mio mondo artistico i tessuti sono l’elemento principe, in quanto rappresentano la capacità di cambiare abito, di coprire e nascondere un’immagine, un’identità per dare la possibilità a un’altra di affacciarsi. In altri cicli di opere uso spesso materiali edili, in modo particolare il polistirene e il polistirolo. Mi affascinano e li trovo utili al messaggio che cerco di trasmettere, infatti sono leggeri e fragili come a volte l’animo umano sa essere.



Synapse #2


L’eclettismo creativo è il suo principale tratto distintivo, quanto è fondamentale attingere alla consapevolezza di potersi muovere in modo trasversale, intendo dal punto di vista stilistico, per il suo concetto di fare arte?

Indubbiamente la consapevolezza di non essere vincolato in modo eccessivo a tecniche di esecuzione, né tantomeno a stili e a tematiche serie a tutti i costi, è un buon punto di partenza per l’espressione artistica che ricerco, anche se i miei potrebbero sembrare corpus di opere e addirittura cicli pittorici di autori diversi. Mettendomi nei panni dei collezionisti e del mondo commerciale, sono cosciente del fatto che bisognerebbe avere una linea produttiva identitaria, riconoscibile, che possa far individuare il lavoro di un artista anche da lontano. In genere cerco di attenermi a queste regole per quanto mi viene naturale, ma se sento di dover fare qualcosa che non è in linea con la produzione principale la faccio comunque, senza precludermi strade che possano darmi emozione e la possibilità di esprimere un concetto, anche se con un linguaggio differente. Non riuscirei a fare sempre la stessa cosa, mi annoierei e risulterebbe noiosa anche l’opera stessa dopo un po’. A questo proposito cito un pensiero di un grande autore, di cui ho recentemente visitato una mostra antologica che ripercorreva 60 anni di carriera pittorica, Luigi Montanarini: “Beati in pittura sono quelli che non smettono di cercare, anche se provano l’amarezza del dubbio e la sensazione dell’inutilità della ricerca”. Il fatto di non aver avuto delle basi accademiche ha fatto sì che la libertà espressiva diventasse caratteristica essenziale del mio fare artistico. Poi, naturalmente, ci sono delle regole che, col tempo, mi sono dato e che seguo istintivamente. In pratica devo potermi sentire libero di fare ciò che sento, che siano sempre le stesse cose oppure cose nuove ed originali, purché a stabilirlo sia io, nel mio animo.


Lo studio sull’uomo contemporaneo che lei compie è decisamente affascinante, a che punto è la società nell’era attuale e dove si colloca l’individuo all’interno di questo quadro esistenziale? Il progresso, la tecnologia aiutano o distolgono dalla naturalezza del vivere?

L’essere umano, come si sa, è formato da un’essenza e da un’apparenza. Ci sono stati e continueranno a esserci coloro i quali ambiscono a nutrire, a curare principalmente l’essenza, lo spirito, l’anima, l’io più profondo e viscerale. C’è poi un’altra fetta dell’umanità, che è la più numerosa e comprende le persone votate all’apparenza, alla frivolezza, all’esteriorità. Questa seconda categoria è stata incentivata da una società che è andata accelerando sempre più i meccanismi di cambiamento naturale, esasperando alcuni aspetti legati all’apparire, visti come fondamentali, imprescindibili, a discapito dei valori radicati su basi solide che necessitano di tempo per essere espresse appieno. L’uomo moderno si trova intrappolato in questi ingranaggi, avvolto da correnti che, quasi mai riesce a governare: è come se si trovasse nelle acque di un fiume che procede a volte più lento, altre con rapide impetuose, in un’altalena di sensazioni destabilizzanti. L’uso che si fa del tempo nel mondo contemporaneo è uno dei principali fattori che modifica in maniera incisiva il modo di vivere quotidiano, ne orienta le scelte e di conseguenza i comportamenti e i contenuti dell’esistenza stessa. Si è sempre alla ricerca della velocità, del cambiamento compulsivo, del tutto e subito, del voler vedere in fretta come va a finire senza gustarsi la trama della vita. Tutto questo, senza voler essere negativi, provoca instabilità globale, una fragilità degli animi e una costante precarietà, fatta di risvolti, troppo rapidi a volte, che non danno il tempo di abituarsi a ciò che c’era un attimo prima. La situazione dell’ultimo anno, con la pandemia che ancora è in atto, ha accentuato questi sentimenti di insofferenza, di isolamento e di precarietà emotiva e psicologica. Si è alla ricerca di maschere nuove da mostrare con orgoglio, ma quasi inconsapevolmente ci si svuota per inerzia. Ovviamente ci sono anche i lati positivi in quest’epoca di cambiamenti, uno su tutti è ovviamente l’evoluzione tecnologica che si è registrata in questi ultimi decenni e che ha permesso di migliorare sensibilmente alcuni aspetti che prima sembravano eternamente arretrati e lenti. Penso al campo della medicina, alle comunicazioni, ai trasporti, alla possibilità di accedere a informazioni, e quindi anche alla cultura, stando a casa propria. Questi miglioramenti sono un’opportunità eccezionale per evitare problematiche antiche, preoccupandosi di gestire al meglio i propri interessi, gli affetti importanti, senza dimenticarsi di vivere serenamente, con un po’ di ironia e leggerezza.



Errante #5


Ci racconta un po’ il suo percorso artistico finora e i suoi prossimi progetti?

Sono nato a Paola in provincia di Cosenza, il paese che ha dato i natali a San Francesco e dove, inevitabilmente, la spiritualità, la religione, la fede sono qualcosa di molto sentito e di consueto. Ho iniziato il mio percorso pittorico intorno ai diciassette anni grazie a Caravaggio, da cui rimasi folgorato per il violento contrasto tra le ombre e le accecanti luci rivelatrici. I primi dipinti dunque furono di carattere religioso e con un taglio luministico di matrice decisamente caravaggesca. In seguito mi affascinò Picasso con la sua scomposizione delle forme e l’assoluta libertà di espressione con diversi materiali. Da qui forse si è sviluppato in me quel concetto di trasversalità espressiva che ancora oggi mi accompagna. Sono approdato allo studio della pittura impressionista prima e labronica o macchiaiola poi, che mi meravigliò per la spontaneità e la freschezza, anche se non è per nulla semplice da realizzare, in quanto occorre avere un buon occhio, coraggio e ovviamente una propensione alla semplificazione. L’uso di vari materiali all’interno delle mie opere, deriva dall’interesse nato per giganti come Burri, i protagonisti della scuola romana e quelli dell’Arte Povera, nelle opere dei quali la materia diventa significante e significato, non solo un tramite bensì spesso anche il fine dell’opera. Nel mio percorso artistico ho partecipato dapprima a diverse mostre collettive, soprattutto a livello locale, in cui ad essere esposti erano soprattutto i primi lavori di carattere religioso e le vedute paesaggistiche. Non sono mancate le mostre personali, dove proponevo opere realizzate con tecniche diverse, in cui iniziavo ad approcciarmi a materiali diversi come sabbia, catene, corde, oggetti. Negli ultimi anni ho partecipato anche a diversi concorsi artistici, che mi hanno permesso di prendere parte a esposizioni in diverse città, come ad esempio il Premio Arte Mondadori, di cui nel 2018 sono stato finalista e grazie al quale ho potuto esporre una mia opera a Palazzo Reale a Milano. Le tele realizzate in quest’ultimo periodo sono create principalmente con stoffe e tessuti che si combinano con la pittura, ma mi dedico anche a lavori decisamente più astratti realizzati in metallo, polistirene, gesso, resina, cercando di far dialogare tra loro diverse materie, variegate consistenze, differenti sensazioni. Per quanto riguarda i progetti futuri, ci sono in ballo sia un’importante collettiva a Roma nel 2021, che una personale al Museo del Presente a Rende in provincia di Cosenza nel 2022, anche se la situazione attuale non consente di essere certi dei periodi per porre in essere tali progetti.




Marta Lock





ANTONELLO SPADAFORA-CONTATTI

Email: spantonello@alice.it

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