Ieri sul “Corriere di Bologna” una mia breve suggestione sulla triste scomparsa di Raoul Casadei

di Luciana Cavina



<Casadei è la proteina più tenace del Dna di ogni romagnolo. Chi nasce tra la Riviera e la Bassa torturata dalle zanzare dovrebbe averlo come secondo cognome. Un marchio «ad honorem», soprattutto ora che se n’è andato l’ultimo rappresentante della colonna sonora non tanto di un’epoca, ma di un’attitudine forgiata da mare, bisbocce e fatica, su terre coltivate a barbabietole e spiagge chilometriche su cui far festa e sublimare ogni male. Raoul Casadei resterà sempre il Re del Liscio. Un re senza corona, perché il suo regno fatto di balere affollate e 365 concerti macinati ogni anno non prevedeva fasti e celebrazioni ma si alimentava dell’affetto dei suoi «sudditi», felici di sentirsi liberi a suon di valzer e mazurke. Dopo la morte di Secondo Casadei, il nonno, lo zio di tutti — non solo di Raoul— , il creatore di quella Romagna mia che dal 1954 continua a fare il giro del pianeta, oggi ci tocca piangere il suo erede. Raoul è cresciuto bambino nella grande orchestra dello zio, l’ha ereditata e tra giri di basso, evoluzioni di fiati e canzoni «scanzonate» ha contribuito a costruire l’anima di un popolo. Ogni orchestra che si è formata in seguito, con i gilet sgargianti a mo’ di divisa, si è nutrita di quell’esempio. Erano gli anni 70, l’epoca di più ampia diffusione del Liscio, e la Romagna non ha avuto nemmeno bisogno del rock. Sulle piste si indossava il vestito buono. Quello da lavoro, invece, era dismesso e dimenticato. Insieme alla stanchezza. Ci si incontrava e ci si innamorava. Un invito al ballo poteva essere il preludio di una promessa per la vita o di una notte d’amore, lontano dagli occhi delle mamme della campagna che ancora, come vent’anni prima, accompagnavano le figlie tentando inutilmente di sottrarle ai desideri. Noi (noi romagnoli), siamo ancora figli di quella grande festa popolare. Una festa che nei decenni, sotto la pelle si è trasformata solo un po’, mentre le orchestre si sono ridotte e i balli di gruppo hanno tolto sapore. Raoul Casadei è stato portato via dalla stessa malattia che ha sottratto a tutti la musica suonata, l’abbraccio delle danze, delle mani che si stringono e delle voci che si raccontano. Il Liscio non è sacro, la musica si può contaminare, diluire e modificare, lo sta facendo il figlio Mirko o, su altri fronti, band contemporanee come gli Extraliscio. Diventa patrimonio culturale, oggi custodito con devozione da Riccarda Casadei. Ma il volto semplice di un carattere resta quello dell’ultimo Re che cantava Romagna capitale, sapendo di rivolgersi a una famiglia, allargata proprio quanto la sua. «Vai col liscio» è l’esortazione coniata da Raoul e sembra accompagnare il romagnolo che apre la porta di casa e offre un bicchiere di Sangiovese al posto del tè. Dice al bagnino di rimanere nella sua leggenda di seduttore e al contadino di andare fiero di un’antica generosità. Invita a esprimere emozioni spudorate purché non siano cattive. A essere sguaiati, perché no?, tanto alla fine si può ridere di tutto. E se Romagna mia e le sue figlie hanno fatto il giro del mondo, ora — benché nei versi non sia scritto — anche fuori dai confini, che Casadei non ha mai voluto fisicamente varcare, sanno che se un romagnolo ti chiama «patàca» o «ignurànt», è perché ti vuole bene: accetta le tue fragilità, la voglia di «spararla grossa» anche per divertirsi un po’ e, magari, dopo, andare a ballare. @copyright>


Per gentile concessione dell’autrice

Foto Granducato TV

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