Intervista al Presidente del "Telefono Amico" di Bologna Romano Trere'

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In questo momento di “forzata clausura” abbiamo voluto avvicinare il Presidente di una delle associazioni maggiormente dedite alla solidarietà che è “Il Telefono Amico” di Bologna: Romano Treré.

Buongiorno Signor Presidente. La Vostra Associazione, in questo periodo, è attiva o avete avuto delle restrizioni?

Innanzitutto vi ringrazio per l’interessamento. Nessuna restrizione, nessun contenimento: abbiamo attuato le precauzioni come da decreti ministeriali, abbiamo postazioni singole, gli operatori non vengono mai in contatto tra loro e lavoriamo nella normalità.

Quale è la domanda che gli appellanti fanno in questo periodo di Coronavirus?

Ovviamente è l’argomento del momento. Ognuno esprime le proprie preoccupazioni, ma tendenzialmente stiamo facendo anche molta compagnia a persone sole come, del resto, prima.

Da dove arrivano le telefonate?

Il maggior numero di chiamate arriva dalla città Metropolitana di Bologna, molte da tutto il resto d’Italia perché chiunque può telefonare, e devo considerare confermato il fatto che Bologna rappresenti un punto di riferimento sociale importante.

Quindi rispetto al periodo anteriore al Covid cosa è cambiato?

Per assurdo devo dirle che abbiamo un’utenza cosiddetta “abituale”, costituita in particolare da persone ammalate, sole e depresse, sulle quali l’impatto con la nuova realtà ha avuto un effetto quasi contrario poiché, essendo già abituate a stare in casa da sole, queste persone pare che, tra le righe, affermino: “Adesso capite anche voi cosa vuol dire essere sempre soli… e chiusi in casa!

Ci sembra un po’ forte questa presa di posizione…

Si, ma vede, chi chiama per il problema che stiamo vivendo adesso, si trova davanti ad una situazione comunque diversa perché, pur analoga alla precedente dal punto di vista della solitudine, rivela nuove ed aggravate preoccupazioni per il lavoro, per la separazione dai familiari e dagli affetti, per l’incertezza sul futuro etc., anche se, per il vero depresso, il vivere nel buio è la norma.

Certo. Quali consigli date ai vostri utenti?

Guai dare consigli! Il nostro, diciamo, è un “pronto soccorso telefonico”: gli appellanti vogliono solo essere ascoltati! Poi si cerca di ragionare sulle problematiche che espongono, senza prendere posizioni. Devo dirle che all’inizio della pandemia abbiamo ricevuto tantissime telefonate dal sud Italia, da persone molto preoccupate perché il virus stava mettendo in ginocchio l’Italia ”più attrezzata”, e quindi il pensiero era: ”Cosa succederà da noi quando arriverà al sud?” Ma sappiamo com’è andata.

Si legge che molte associazioni come la vostra siano in crisi di volontari: Voi sentite questo calo di vocazione?

La ringrazio per questa domanda perché mi dà modo di esprimere sincera riconoscenza a tutti i nostri volontari! Noi, in realtà, sentiamo poco questa crisi perché tutti coloro che, con le proprie abilità professionali sostengono la nostra associazione, solitamente restano con noi per periodi molto lunghi, proprio perché si tratta di professionisti parecchio determinati. E fondamentalmente per tre motivi: possono (e devono) mantenere l’anonimato, affrontano realtà complesse nell’ambito delle loro competenze e, per ultimo, affinché possano essere partecipativi, devono anche… rimetterci dei soldi perché non siamo finanziati che da noi stessi! Da ciò si arguisce la grande motivazione umana che spinge i nostri volontari…

Complimenti! Da quando esiste il Telefono Amico di Bologna?

Dal 1971, ed è diventato operativo nel febbraio del 1972, dopo un anno di studi e programmazioni coordinati da padre Michele Casali dei frati Domenicani.

C’era anche lei?

No! E’ solo da 21 anni che sono in Associazione e da 12 che la dirigo: ho avuto modo di conoscere alcuni fondatori e avere tutte le informazioni sulla sua fondazione.

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