La scomparsa di Philip Roth

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto: è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”. Questa una delle frasi più celebri che Philip Roth era solito citare. Si è spento a 85 anni a Manhattan uno dei più grandi scrittori statunitensi del novecento, senza aver vinto il Nobel per la letteratura. All’Accademia svedese non era gradito, troppo impertinente per essere insignito. Viveva tra l'Upper West Side di New York e una casa nella campagna del Connecticut. Di estrazione piccolo borghese, il suo animo ebraico inizia a immaginare le prime storie osservando costumi e tic americani, trasformandoli in scritti dissacranti, esplorazioni profonde e critiche dell'identità statunitense. Vince nel 1997 il premio Pulitzer con il capolavoro della letteratura mondiale “Pastorale americana”, mentre la sua ultima fatica risale al 2010 con “Nemesi”. Due anni dopo, annunciò la fine della sua carriera da romanziere a causa di lancinanti dolori alla schiena; fino ad allora aveva pubblicato oltre 30 libri, tradotti in molte lingue. Suo “Il lamento di Portnoy”, primo capolavoro della sua fortunata carriera, nell’epoca in cui sessualità, laicismo e psicanalisi la facevano da padrone: la fine degli anni sessanta.

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